13 giugno 2013

Wolther Goes Stranger - Teho Teardo & Blixa Bargeld

Credevo che scattare le foto al concerto dei Dope DOD sarebbe stato un'eccezione, che pantofolaio come sono diventato quando mi ricapita di assistere a un altro concerto?
Invece, nemmeno due settimana dopo la puntata a Pinarella di Cervia, un amico mi ha convinto a seguirlo a Soliera dove suonava un gruppo di suoi compaesani - i Wolther Goes Stranger - seguiti da nientepopodimeno che Teho Teardo & Blixa Bargeld.
Poter assistere - gratis! - a un concerto di Blixa Bargeld è già  motivo sufficiente per alzarsi dal divano e fare quei pochi chilometri, ma Theo Teardo chi diavolo è? L'amico, che ne sa a pacchi, mi dice: "fidati, colonne sonore, Sorrentino, passato punk, bel disco". Mi son fidato, e ho fatto bene.
Teho Teardo e Blixa Bargeld, accompagnati dalla violoncellista Martina Bertoni, hanno presentato dal vivo le canzoni di Still Smiling, disco appena uscito, e mi hanno fulminato. Blixa Bargeld canta (e canta bene, chi l''avrebbe mai detto?), ogni tanto mugugna e ogni tanto urla, ma è il mix tra la sua interpretazione e la musica fornita da Teho Teardo e Martina Bertoni che rende il loro concerto qualcosa di unico.

Piccola parentesi: ripensando a Iain Banks, al sapore dei suoi romanzi e alla sua recente dipartita, credo che Still Smiling, con il suo gusto bizzarro, le melodie agrodolci, l'ironia stralunata e l'epica (quasi) sinfonica di certi passaggi, sarebbe stato un buon accompagnamento per i momenti più  introspettivi dei romanzi culturali. Ma non date troppo peso a certe considerazioni: è probabile che 'sta vicinanza la veda solo io, visto il sovrapporsi degli eventi.

Tornando al concerto di venerdì scorso, almeno due parole sui Wolther Goes Stranger le voglio spendere.
Il trio di Pavullo, accompagnato per l'occasione dal sassofonista Stefano Cristi, ha proposto una manciata di canzoni dal loro disco. La loro musica mescola abilmente un sound da garage digitale con qualche nota dark-romantica, e nonostante soffra la tendenza, faticosamente tenuta a freno, a trasformarsi in noiosissima house, non è poi male. Non è il genere di musica che ascolto spesso (eufemismo alert!) ma il loro set non mi è affatto dispiaciuto. 

Ecco qualche foto dei Wolther Goes Stranger (le altre sono —>qui<—)


Per finire ecco una selezione delle foto scattate a Teho Teardo & Blixa Bargeld (le altre sono —>qui<—)

10 giugno 2013

Iain Banks (1954-2013)

© giorgio raffaelli
I necrologi non li sopporto, ma ieri Iain Banks è morto e se anche preferirei il silenzio, due parole gliele devo, nonostante già sappia che queste note saranno insoddisfacenti, che non riuscirò mai a descrivere quanto importante sia stato Banks per me e per la fantascienza tutta. Come si fa a ricordare e rendere merito a colui che è stato il più grande scrittore di fantascienza abbia mai avuto la fortuna di incontrare?
Ci sono molti altri scrittori che apprezzo, ma nessuno è mai riuscito a regalarmi con la stessa continuità dell'autore scozzese l'ebbrezza dell'incontro con il senso del meraviglioso, che nelle sue storie si fonde sempre alla capacità di riflettere su etica e morale, delle società e degli individui. Ho letto tanta fantascienza ma nessun autore è stato capace come Banks di offrirmi cibo per la mente mescolandolo a esplosioni e astronavi, grandiosi panorami galattici e stupefacenti pianeti alieni.

Iain Banks è stato il primo scrittore che ho scoperto grazie alla FML (la mailing list storica del fandom italiano), all'epoca in cui c'era ancora chi si firmava Elethiomel. Ho alimentato la curiosità per anni prima di iniziare a leggerlo, che allora - si era alla fine degli anni '90 - i suoi romanzi erano esauriti e praticamente introvabili, ma nonostante le aspettative altissime, quando finalmente ho recuperato i suoi libri, Iain Banks non mi ha deluso, anzi.
In quegli anni l'unico suo libro facilmente reperibile era il suo romanzo d'esordio, La fabbrica degli orrori, che se anche non era fantascienza aveva comunque molte delle peculiarità che avrebbero caratterizzato la produzione successiva. Ricordo ancora l'entusiasmo al termine della lettura, mescolato a dubbi e varie inquietudini che riverberavano dal testo. E poi, quando finalmente sono riuscito a recuperare i romanzi del ciclo della Cultura, ah… è stato come ritornare in un posto che conoscevo benissimo pur senza averlo mai frequentato. Una specie di casa. Una speranza per il futuro.

Se William Gibson mi ha riavvicinato alla fantascienza, sono Banks prima e McDonald poi gli autori che mi hanno definitivamente legato al genere. Rendersi conto che non ci saranno più romanzi di Iain M. Banks è terribile, soprattutto quando all'orizzonte non si vede nessuno capace di prenderne il posto.

Io e Giovanni De Matteo abbiamo incontrato Iain Banks a Verona, qualche anno fa. Ricordo l'aria sorridente, l'affabilità e la gentilezza dell'uomo (nonché la sua pazienza, visto quel paio di domande piovute dal pubblico che beh… si vedeva quanto poco quel pubblico lo conosceva) e la sua disponibilità a rispondere a quell'improvvisata intervista che gli facemmo.
Di quell'incontro una cosa soprattutto che mi è rimasta impressa. Quando gli chiedemmo del rapporto tra umanità e intelligenza artificiale lui ci rispose che, se c'è una cosa che ci distingue dalle macchine, per quanto evolute e intelligenti queste possano diventare, è la nostra capacità di divertirci, di giocare.
Iain Banks mi ha sempre dato l'idea di sapersi divertire, pur sapendo bene che la festa prima o poi sarebbe finita. Ora che se n'è andato tocca proseguire un po' più soli, augurandoci di non perdere la voglia di giocare, con gli occhi bene aperti alle meraviglie e agli orrori che sempre ci circondano.

05 giugno 2013

Letture: Francis Scott Fitzgerald. Stephen King, Joe R. Lansdale

© giorgio raffaelli
Francis Scott Fitzgerald - The Great Gatsby
Si può arrivare alla mia età senza aver letto Il grande Gatsby? Evidentemente sì, però mi dispiace un po' non aver incontrato prima il romanzo di Francis Scott Fitzgerald.
Credo di averlo già scritto ma tanto vale ribadirlo: io sono tra quelli che tra fantascienza e cinema e beat generation e rock'n'roll l'America gli ha fottuto l'immaginario (su base consensuale e senza alcun rimpianto, anzi…). Capire quali sono le basi di questa fascinazione è sempre interessante, per questo motivo leggere The Great Gatsby, una colonna portante del senso americano per la narrazione, è illuminante.

Nella storia di Jay Gatsby, rivelata progressivamente da Fitzgerald sfruttando il punto di vista privilegiato di Nick Carraway, ci sono tutti gli ingredienti per quella via americana alla conoscenza del mondo che mescola insieme individualismo e ambizione, grandi passioni e ricerca dell'ideale, eguaglianza delle persone e aristocrazia del denaro. lotta di classe come affermazione individuale, morale che si piega al risultato e, soprattutto, l'esaltazione senza compromessi della giovinezza - il potenziale, l'energia, le possibilità -  rispetto alla consapevolezza delle sconfitte, inevitabili, della maturità.
Il Grande Gatsby è un gran bel romanzo per come è narrato, per il calibrato disvelamento del lato oscuro dei vari personaggi, per l'approccio normale agli eventi straordinari cui si assiste (Carraway è il perfetto contraltare alla grandeur di Gatsby), per il senso di rimpianto e nostalgia che emerge da ogni singola pagina senza risultare mai stucchevole o melodrammatico, a esaltare anzi, un romanticismo sotterraneo mai esplicito ma forse per questo ancor più struggente.
Arrivato in fondo capisci bene perché il romanzo di Francis Scott Fitzgerald sia diventato iconico e fondamentale, non solo per gli autori americani che seguiranno, ma anche per tutti quegli scrittori che nell'America letteraria han cercato fortuna e ispirazione.



Stephen King - La Torre Nera
C'ho messo poco più di quattro anni per arrivare alla fine di questa lunghissima saga, e per molto tempo mi son chiesto se era il caso di proseguire o mollare quello che per parecchio tempo m'è parso un furbo, per quanto piacevole, mappazzone narrativo. Nei sette volumi della saga de La torre nera c'è tutto quel che un lettore di genere può desiderare: magia e orrori, fantascienza e mostri, apocalissi assortite e mondi paralleli, con in più quell'abile tocco metaletterario capace di stuzzicare anche il lettore più scafato. Non sempre l'abbondanza è sinonimo di qualità, e più di una volta nei sei capitoli precedenti ho dubitato della capacità di Stephen King di dare armonia ed equilibrio alle varie componenti del suo ambizioso affresco.
Ero lì lì per mollare tutto a causa delle dimensioni di quest'ultimo volume e dell'opinione che avevo maturato al termine della lettura degli ultimi due capitoli della saga (I lupi del Calla e La canzone di Susannah), che mi son parsi frutto di calcolo e mestiere più che di passione e necessità narrativa. Ho deciso di leggere La torre nera un po' per l'inevitabile curiosità di sapere come va a finire, un po' per vedere se i giudizi confortanti letti un po' ovunque sarebbero stati confermati dai fatti.

Arrivato in fondo posso dire che La Torre Nera mantiene tutte le promesse, e conclude in maniera più che degna una storia che per lunghi tratti sembrava girare in tondo, svelando qualche mistero, dando risposte - magari poco piacevoli - alle domande dei personaggi, con un finale che riesce ad essere al contempo consolatorio e terrificante. Onore al merito a Stephen King dunque, che oltre ad essere un ottimo artigiano della scrittura, dimostra di saper condurre in porto una storia complicata come questa senza troppe concessioni ai desideri del pubblico, con un rigore e una coerenza esemplari.
E sì, credo che Roland un po' mi mancherà.



Joe R. Lansdale - Cielo di sabbia

Mi piace il modo in cui Joe R. Lansdale tratta i ragazzi. Che siano i lettori cui è destinato Cielo di sabbia o i personaggi stessi del romanzo, Big Joe non scende a compromessi, li lascia liberi di comportarsi come meglio credono, li lascia provare, li lascia sbagliare, a volte vincere, a volte piangere, ma senza alcuna supponenza, senza porsi quale esplicito giudice morale di comportamenti o scelte. Lasciandoli soprattutto parlare con la propria voce.

In effetti se c'è un motivo per cui val la pena leggere Cielo di sabbia è nella voce narrante del suo giovane protagonista. Joe Lansdale - e con lui Luca Conti, traduttore del romanzo - rende perfettamente il punto di vista di Jack, adeguando lessico e profondità a quelle di un adolescente che, sebbene si muova e agisca nella dust bowl della grande depressione, risulta riconoscibile nei comportamenti e perfetto nelle relazioni che instaura con i suoi compagni di viaggio (tra cui spicca Jane, meravigliosa femme fatale quattordicenne, anno più anno meno) anche qui e ora.
Sebbene non abbia le ambizioni dei precedenti romanzi "di formazione" dell'autore texano (penso a La sottile linea scura o a The Bottoms) Cielo di sabbia è una lettura piacevole e divertente, buona per grandi e piccini, nel solco tracciato negli anni dal talento e dal mestiere di quello che continua ad essere uno dei miei autori preferiti.

31 maggio 2013

Dope D.O.D. live al Rock Planet


Era da un sacco di tempo che non fotografavo un concerto, ed è la prima volta che mi capita di scattare qualche foto a un live act di questo tipo. Nonostante tutto sono abbastanza soddisfatto del risultato finale. Ben più dei miei scatti sono contento della qualità dello show messo in piedi da 'sta banda di simpaticoni.
I Dope D.O.D. sono - con Salmo e Rancore - una scoperta musicale che devo a mio figlio. Sono un gruppo olandese di rap hardcore (ad alcuni piace il termine horror-core) con un gran bel tiro. Tra musica e video si son costruiti nel tempo un'ottima reputazione, che dal vivo viene confermata in toto.
L'unico dubbio che mi rimane è quanto il fatto di non capire una mazza di quel che dicono contribuisca al mio gradimento, che se anche per mio figlio - che ne sa ben di più - sono un ottimo esempio di ignoranza applicata all'hip-hop, non so quale potrebbe essere la mia reazione a un ascolto più attento. Magari mi piacerebbero ancor di più, chi lo sa…

Ecco una selezione delle foto. Le altre le trovate —> qui <—.


29 maggio 2013

Letture: Andrea Camilleri, Robot, Luciano Bianciardi

Andrea Camilleri - La gita a Tindari
Leggo di tutto, ma periodicamente mi piace tornare a frequentare territori già conosciuti, che non sempre si ha voglia di provare nuovi gusti e sapori. I gialli di Andrea Camilleri con protagonista il commissario Montalbano sono letture piacevoli, confortanti nel riproporre caratteri e situazioni che non offrono molto spazio a sorprese o stupefazioni, ma capaci di lasciarti soddisfatto con una buona storia, una lingua brillante e un panorama reso a meraviglia.

La gita a Tindari è stata una lettura migliore di quanto mi aspettassi. Le ultime cose lette della serie di Montalbano (non che sia un esperto, ma tra romanzi e racconti qualcosa l'ho letto) non mi avevano particolarmente colpito: storie prevedibili, plot piuttosto scialbo, focus sul contorno piuttosto che sul mistero. In questo romanzo Camilleri si concentra maggiormente sulla (doppia) trama giallo piuttosto che su politica e società siciliana e il libro ne guadagna assai.
Quel che mi stupisce sempre leggendo i romanzi di Camilleri è il senso di ordine (non di giustizia e nemmeno di uguaglianza, ordine inteso in senso quasi matematico) che sembra governare la sua Sicilia, il che è piuttosto curioso rispetto all'idea che si ha da qui del sud, come di un posto piuttosto caotico e confuso. Forse è la luce quasi sempre abbagliante che illumina la scena e impedisce di notare i dettagli, forse è il poco traffico e l'esiguità di persone che si incontrano accompagnando Montalbano nelle sue indagini, ma la Sicilia di Camilleri è così quieta e rassicurante che non vedi l'ora di passarci un po' di tempo.




AA.VV.
- Robot 63

Numero senza grandi nomi internazionali quello di Robot uscito nell'estate di due anni fa. Forse per questo motivo i racconti migliori mi son parsi quelli made in Italy.

Ecco qui di seguito qualche nota sulle storie:
- Il Leviatano che tu hai creato, di Eric James Stone. Una lezione di catechismo stellare più che un racconto di fantascienza. Se ci credete è probabile lo troviate di vostro gusto, altrimenti, bah…
- L'eroe dei due mondi, di Francesco Grasso. Il racconto migliore di questo Robot. Jesse James tra i briganti a combattere per l'unità d'Italia. Improbabile? A leggere la storia di Grasso direste proprio di no. Personaggi splendidi e buon ritmo per una storia che avrebbe meritato la misura del romanzo.
- Dumpin' Jack, di Alberto Cola. Alberto Cola all'ennesima potenza: degrado e umanità, ibridi e nostalgia per un racconto che mostra le sue migliori qualità nella capacità dell'autore di riscrivere l'ennesima storia di sconfitte e piccole rivincite, mescolando da par suo le capacità evocative di un immaginario condiviso con una lingua sempre in bilico sul filo della retorica hard-boiled. 
- Carta Kodak, di Alberto Costantini. Niente da fare, io 'ste storie che si appoggiano a situazioni più grandi di loro, tentando l'effetto a sorpresa e cadendo ad ogni più piccolo tentativo di verosimiglianza non le riesco proprio a digerire. È sufficiente confrontare questo tentativo di storia alternativa con quello di Grasso presentato poche pagine prima per rendersi conto delle differenzi abissali nella qualità del racconto.
- La notte bianca, di Gianfranco Briatore.  La notte bianca, racconto del 1960 proposto nella rubrica Retrofuturo, non spicca certo per originalità, ma rimane comunque un esempio di buona scrittura al servizio di una storia di incontri tra civiltà alla periferia della galassia. Gli manca giusto quel guizzo per liberarsi dalle secche della mediocrità.
- Belle Èpoque, di Stefano Carducci & Alessandro Fambrini. Un racconto esemplare di come non siano sufficienti le buone intenzioni per scrivere un buon racconto. Non so se sia stata la messa in scena didascalica e poco appassionante, o piuttosto i personaggi monodimensionali e lo sviluppo meccanico della vicenda, ma il racconto del duo Carducci-Fambrini mi ha lasciato piuttosto freddo, privo com'è di ogni capacità sorprendere e meravigliare il lettore.
- Luna Pazza, di Stanley G. Weinbaum. Il racconto di Weinbaum, uscito nel 1935, è un ottimo esempio di fantascienza d'epoca che mantiene intatta la capacità di divertire grazie al tono leggero della narrazione e alla quantità di dettagli sorprendenti, per quanto naif, che costellano la vicenda.



Luciano Bianciardi - La vita agra

Facciamo finta di aver mai sentito nominare Luciano Bianciardi e di non aver mai letto nulla riguardo alle conseguenze e al significato della sua attività letteraria o del ruolo che si è ritagliata la sua figura in certi ambienti nei decenni dopo la sua scomparsa. Proviamo a parlare de La vita agra come di un romanzo qualsiasi, di quelli che ti capitano in mano quasi per caso.

Ne La vita agra c'è il ritratto definitivo di quell'entità astratta che è l'italiano medio per come me lo sono figurato nel corso del tempo. Il protagonista è un uomo pieno delle migliori intenzioni, abilissimo a trovare mille mila motivi, sempre indipendenti dalla sua volontà, per non riuscire a concludere quel che per tutto il tempo si ripromette di fare. Un uomo bravissimo a lamentarsi della degenerazione dei costumi, ma incapace di opporsi alle derive della realtà. Un uomo che sogna di imporre le proprie origini a un mondo che lo accoglie con somma indifferenza. Un uomo che giudica giudica giudica, ma non si mette mai in discussione. Un uomo senza responsabilità, quasi che ad assumerne si diventi complici del nemico.

La vita agra è un ottimo romanzo, scritto splendidamente, ma capace come pochi di farmi incazzare per lo spreco di talento e l'ignavia del suo protagonista, che a parole son bravi tutti a far saltare il palazzo, ma a farlo, poi, ci vuole qualcosa di più.

24 maggio 2013

Dal lago di Braies a Cortina. 5 giorni a spasso per le Dolomiti

Quest'anno il nostro tradizionale trekking estivo avrà come meta le montagne che sovrastano San Martino di Castrozza, con un percorso di quattro giorni intorno alle Pale di San Martino.
Niente di meglio che ricordare il giro dell'anno scorso per entrare in sintonia con quello speciale stato d'animo che caratterizza questo tipo di esperienza.
Ecco quindi una carrellata di foto dei cinque giorni trascorsi percorrendo le prime tappe dell'Alta Via delle Dolomiti n.1, della discesa lungo le gallerie scavate dai soldati durante la prima guerra mondiale che portano dal rifugio Lagazuoi fin giù al passo Falzarego, per concludere quindi con la traversata della meravigliosa Val Travenanzes fino alle porte di Cortina.

Buon divertimento!






21 maggio 2013

Letture: Kit Whitfield, Emmanuel Carrère, Gabe Hudson

© giorgio raffaelli
Kit Whitfield - In Great Waters
Quando ripensiamo a un romanzo di genere, che si tratti di fantasy o fantascienza, le prime cose che ci tornano in mente sono lo scenario, i personaggi e le idee, più o meno originali, che lo caratterizzano. Se siete lettori abituali, saprete bene quanto sia difficile trovare gestiti questi elementi con eguale intensità, originalità e profondità. Kit Whitfield ci riesce, sviluppando una storia in cui è difficile decidere se le cose migliori le abbia fatte con la costruzione del mondo, con il ritratto che offre dei personaggi, o nello sviluppo stesso della vicenda.

In Great Waters è un romanzo di storia alternativa, con tritoni e sirene (deepsman nella versione della Whitfield) che governano l'Europa rinascimentale mescolandosi agli uomini di terraferma.
In Great Waters è un romanzo di formazione e di rivoluzione, narrato mantenendo in primo piano la storia di un reietto e di una principessa, che superano le canoniche difficoltà di status e circostanze nel tentativo di vivere, almeno per un po', felici e contenti. 

Certo, raccontato in questo modo, non è che 'sto libro sembri offrire molte attrattive, incastrato come appare tra dinamiche da favoletta e setting infantile. Invece In Great Waters è un romanzo tecnicamente perfetto, che affronta tematiche adulte senza retorica o facili concessioni al lettore.
La storia di Henry, figlio bastardo del mare, abbandonato in spiaggia e cresciuto con un unico scopo, offre alla Whitfield la possibilità di esplorare da un lato una società aliena come quella dei deepsmen, dall'altro quella di costruire un personaggio complesso e tridimensionale e svilupparne l'evoluzione in maniera magistrale.
Se il personaggio di Henry permette alla Whitfield di gettare le basi drammatiche del romanzo, la vicenda di Anne, figlia minore del re, solitaria ed emarginata, fornisce all'autrice un punto di vista privilegiato sulle dinamiche del potere, e aggiunge quel tocco di sentimento che bilancia la drammaticità della storia e quel tocco di ironia che, specie nell'ultimo terzo del romanzo, dona alla vicenda un ulteriore motivo d'interesse.
Temo che In Great Waters non verrà mai tradotto in italiano (troppo particolare per trovare un mercato favorevole dalle nostre parti), ma per chi legge in lingua inglese è un romanzo assolutamente consigliato.



Emmanuel Carrère - Limonov
Si corre il rischio, affrontando un volume come questo di Emmanuel Carrère, di ridurre il giudizio sull'opera all'opinione che ci si crea del suo protagonista. Che si arrivi ad apprezzare, a giustificare o a condannare la vicenda umana di Limonov, a me pare che quel che davvero conta è il percorso narrativo che compie Carrère nello sviluppo di questa biografia.

Apparirà forse paradossale parlare di narrativa scrivendo a proposito di un volume biografico (quale altra ambizione se non la ricerca della verità dovrebbe avere un libro simile?), eppure il pregio maggiore di Limonov è il taglio personale che Emmanuel Carrère adotta per il racconto di una vita straordinaria come quella di questo russo dalle molteplici identità (poeta/emigrante/soldato/politico/delinquente, a seconda dei momenti e dei punti di vista). La storia di Limonov è la storia della Russia degli ultimi 60 anni, e del rapporto che con questa storia Carrère ha sviluppato nel corso di un'intera esistenza.

Lo scrittore francese mette in rapporto l'inestricabile mistero della personalità di Limonov con tutto ciò di apparentemente incredibile e storicamente eccezionale è avvenuto in Russia nei decenni cha hanno portato dal collasso dell'Unione sovietica all'era di Putin. Esplorare l'identità cangiante di Limonov significa interrogarsi sulla relatività di ogni posizione morale, sulla forza necessaria a mantenere coerenza e disciplina, sulle risorse che si hanno a disposizione per influire sulla realtà, per non parlare di casualità ed entropia, ospiti inattesi e indesiderati di ogni percorso esistenziale.
Ma raccontare la vita di Limonov come fa in questo volume Emmanuel Carrère, equivale anche a trasferire la necessità di una narrativa personale su una persona altra. Una persona la cui esistenza ci regala l'opportunità di diventare coprotagonisti di un'avventura umana il cui peso non saremmo mai stati in grado di reggere da soli. Perché in fondo quel che non riesco a togliermi dalla mente è l'idea che Carrere stia a Limonov come un Emilio Salgari sta al suo Sandokan. E che la Verità sia l'ultimo degli argomenti capaci di farci apprezzare un libro simile.




Gabe Hudson - Caro signor presidente
Sono rimasto folgorato da Gabe Hudson sulla via di Baghdad, grazie al suo Appunti da un bunker lungo la Highway 8, pubblicato in italia da minimum fax nella seconda raccolta del meglio di McSweeney. Da allora è passato un po' di tempo, ma quando sono incappato in Caro signor presidente, volume antologico che oltre al già citato racconto raccoglie altre sette storie che hanno a che fare con la prima guerra del  Golfo, non potevo certo lasciarmelo sfuggire.

Per quella che è la mia esperienza con la letteratura di guerra, o si parla di eroi o si mette in ridicolo la mentalità militare, in entrambi i casi quel che emerge solitamente è quanto brutta sia l'esperienza bellica. Gabe Hudson non si discosta da questa dicotomia, affrontando però il tema da un punto di vista parecchio laterale, sfruttando tutte le tecniche narrative sdoganate da quel gruppo di autori assortiti riconducibili al post-moderno. E se il succo non cambia (l'alienazione che accompagna l'esperienza militare, i danni visibili o invisibili provocati dall'esperienza sul campo di battaglia, i ripensamenti e la sopraggiunta consapevolezza dell'essere pedine in un gioco di cui non si conoscono nemmeno le regole), le forma che assumono i suoi racconti sono sempre piuttosto bizzarre.

Nei suoi momenti migliori (il racconto citato sopra, insieme a Come ho trovato la cura e L’uomo che amava travestirsi) Gabe Hudson mi ha ricordato una Aimee Bender in versione maschile, capace di combinare fulminanti visioni surreali alla sentita compassione per il destino dei suoi personaggi, in altri racconti l'alchimia tra i due piani del racconto non riesce appieno, rendendo alcune delle storie presenti stucchevoli e presuntuose, nella ricerca di un virtuosismo che m'è parso fine a se stesso. Nel complesso però il volume si legge comunque volentieri, pur senza risultare così entusiasmante come invece speravo.