18 gennaio 2016

Visioni: Revenant (2015)


La settimana scorsa, parlando di Macbeth, notavo come uno scenario reso in maniera straordinaria non è sufficiente a rendere memorabile un film. Sabato abbiamo visto Revenant e be', se in Macbeth il panorama era una bella cornice e un ottimo sfondo per una narrazione non perfettamente riuscita, lo scenario naturale che avvolge la vicenda narrata da Iñárritu diventa personaggio fondamentale nello sviluppo della storia, nel farsi protagonista tanto quanto bestie e uomini di un'epopea come da tempo non mi capitava di vedere.

Revenant è un western, e come tale deve fare i conti con un canone scolpito nella pietra. E Revenant è quindi retorico, semplice, diretto. Violento e appassionato come solo i migliori western riescono ad essere.

Di diverso e di memorabile Revenant ha un settore tecnico incredbilmente evoluto, capace di mescolare cgi e riprese dal vero in un modo mai visto prima (forse solo il precedente film di Iñárritu, Birdman, è stato capace di fare altrettanto, in un contesto peraltro completamente diverso).
Revenant è un film perfetto nella sua solidità, che sfrutta fino in fondo il talento dei due attori protagonisti, Leonardo "sguardo fisso" DiCaprio e Tom "occhi sfuggenti" Hardy, che mettono a disposizione del film il loro intero corpo, pelle, muscoli e sguardi, appunto, sia che non si perdano mai in chiacchiere - DiCaprio (sia prima che dopo l'intervento alla gola) - sia che sommergano i compagni di parole, ridondanti e prepotenti - Hardy.

Dicevo della retorica che permea tutta la pellicola. Retorica inevitabile, volendo girare un western canonico, ma retorica gestita benissimo dal regista, che la sfrutta per far procedere speditamente la storia (in questo senso è emblematica la scena dell'indiano impiccato) ed evidenziare senza soffermarcisi troppo sopra gli aspetti dovuti in un certo tipo di narrazione.
E dicevo anche della semplicità della storia, con una uomo che caccia un altro uomo per il più primitivo dei motivi. Quel che è tutt'altro che semplice è il ritmo e la cadenza del racconto, che si regge in equilibrio perfetto sulla continua triangolazione tra uomini, natura e immaginazione, con i primi rappresentati con tratti esasperati nella loro essere monotoni e monolitici nelle esigenze e nei desideri; la seconda a porsi come continuo limite da superare, esprimendosi in un linguaggio che è indispensabile conoscere per potervi sopravvivere; e infine l'immaginazione: che siano sogni o ricordi, l'immaginazione lavora, nonostante tutto, per fornire scopi e risorse a un uomo altrimenti perduto, a regalare un angolo riparato in cui trascorrere la notte.

Revenant è un film durissimo che non fa sconti a nessuno, che fa pagare con gli interessi allo spettatore la sofferenza percepibile in ogni secondo di film girato. Ed è proprio questa la sua grandezza: Revenant è un film popolare, nel senso migliore del termine, con alla regia un uomo perfettamente consapevole del potere del cinema, che esce vincente dalla sfida proprio perché non scende ai compromessi di tutti quei cosiddetti blockbuster d'autore in cui siamo incappati negli ultimi anni (ogni riferimento a Christopher Nolan è voluto).

Andatelo a vedere, che un film del genere è capace di riconciliarti da solo con buona parte del cinema popolare contemporaneo.

12 gennaio 2016

Visioni: Macbeth (2015)

I primi campanelli d'allarme suonano quando rimani più colpito dal panorama che non dal contenuto. Se poi consideri che non stiamo parlando di un Transformer qualsiasi ma di Macbeth, l'allarme si fa decisamente più pressante.
Perché il Macbeth di Justin Kurzel è indubbiamente bello, ma nel giudizio complessivo questa è semmai un'aggravante, non una giustificazione.

Macbeth è la tragedia shakespeariana sul tradimento, una storia che esplora alcuni degli aspetti più sordidi dell'animo umano. Una storia che più nera di così è difficile immaginarla.
La lettura che ne da Kurzel punta tutto su effetti speciali e carisma attoriale, per una messsa in scena che non brilla per una qualche originale scelta narrativa, ma solo per i colori dello scenario e per gli sguardi e la preesenza di un Michael Fassbender in stato di grazia.

E potrebbe anche funzionare, dopotutto non è che la vicenda di Macbeth sia poi così complessa. Per dire, l'utilizzo delle Norne è efficace (ma perché cinque?), ìasciare a loro il compito di essere l'unico motore della vicenda un po' meno.
Idem per Lady Macbeth. Marion Cotillard è convincente nelle prime scene in cui compare: la sua cattiveria è evidente, come credibile è il suo riuscito tentativo di corrompere il marito. Ma poi che succede alla regina? Perché da perfida istigatrice di ogni malvagità si trasforma in un agnellino paziente, con tanto di occhioni tristi?
Emblematica dello scarso equilibrio che caratterizza questa produzione è la scena del banchetto mancato, che ho trovato quasi imbarazzante: Macbeth che chiacchiera amabilmente con gli assassini del fido Banquo in mezzo alla folla degli ospiti, mentre il richiamo della regina al brindisi si ripete quanto? Quattro, cinque volte? e gli ospiti che alla fine se ne vanno digiuni. Poi per fortuna c'è il fantasma di Banquo che salva in extremis il bilancio complessiva del momento, ma arriva un po' tardi, con l'affanno.

Nonostante i difetti, non sono uscito del tutto deluso dalla visione. Forse le mie aspettative erano davvero troppo alte, e il film, come dicevo sopra, è visivamente davvero bello, tanto che m'ha quasi convinto a ritornare in Scozia (come se ci fosse bisogno di un film!). E Michael Fassbender offre un interpretazione di Macbeth davvero entusiasmante, prestando sguardo e corpo in progressivo disfacimento a un personaggio che ora non potrò più pensare reso altrimenti. Considerate poi che io non ho questa gran dimestichezza con l'opera shakespeariana, e quindi il mio giudizio è viziato da una certa distanza di fondo.
Ma tant'è, a voi è piaciuto?

03 gennaio 2016

Letture: il meglio del 2015 - seconda parte

Buon anno a tutti!
Ecco la seconda parte della lista delle mie migliori letture del 2015.
Qui non si parla di fantascienza ma di tutto il resto della produzione letteraria che mi è capitata per le mani negli scorsi dodici mesi.
In effetti l'anno appena trascorso è stato uno dei più miseri come quantità di letture, le cause sono quelle che citavo nel post precedente: Zona 42 mi ha fatto diventare un lettore per lavoro, che tra i libri letti sperando di poterli un giorno pubblicare, quelli letti perché qualche autore ce li ha inviati con la speranza di essere pubblicato e le numerose (ri)letture causa revisione dei libri che abbiamo pubblicato, il tempo da dedicare ai libri in attesa magari da anni sull'apposito scaffale si è sempre più ridotto.

Comunque sia andata qualche buon libro l'ho pur letto e se ne segnalo solo due, non vuol dire che non ci sia spazio per qualche altro suggerimento, magari più controverso, ma su cui mi piacerebbe confrontarmi con altri lettori.

I miei due libri dell'anno sono stati, in ordine di lettura Nel mondo a venire, di Ben Lerner, e Siamo tutti completamente fuori di noi, di Karen Joy Fowler.


Nel mondo a venire racconta di come tutti i tempi possibili siano lì, a disposizione della nostra vita, di come navigare tra presente, passato e futuro sia opera eminentemente letteraria, di come la nostra vita si incastri quasi casualmente tra i vettori del tempo e di come le altre persone, le altre storie, siano tanto indispensabili quanto inutili se non inserite nella nostra personale narrazione.
Ben Lerner racconta la vita del suo alter ego letterario, tra crisi, viaggi, scelte e ricordi, e se riesce a coinvolgere il lettore lo fa grazie a uno stile ricco e terso allo stesso tempo, con la scelta  vincente di guardare soprattutto al mondo là fuori invece di intrattenersi nell'esame del proprio ombelico. A metà strada tra Jonathan Lethem e il West, Nel mondo a venire è un romanzo stupefacente per la quantità di suggestioni che porta con sé.


Siamo tutti completamente fuori di noi, è un romanzo strano, difficile parlarne senza rovinare la sopresa al lettore che voglia avventurarcisi. Perché quel che parte come una storia di famiglia in crisi (i figli partono, le mamme invecchiano…) si trasforma in qualcos'altro, man mano che si rivelano origini e conseguenze del mistero che sta alla base del romanzo (una sorella scomparsa).
Karen Joy Fowler condisce la storia di personaggi sfuggevoli e situazioni precarie e di improvvisi momenti di candida introspezione, tanto che il lettore (questo lettore) è costantemente spiazzato dal contenuto del romanzo che sembra essere sempre a un passo da un rivelazione definitiva. Tra le righe ci sono e succedono un sacco di cose interessanti, c'è tanta scienza (intesa come ragionamento su, piuttosto che come contenuti scientifici veri e propri), c'è una famiglia allo sbando per quelli che si scoprono essere i motivi sbagliati, c'è il raggiungimento di una consapevolezza che suona tanto amara quanto consolatoria.
Un gran bel romanzo insomma, profondo e sorprendente.


Se i due titoli qui sopra rappresentano senza dubbio le migliori letture dell'anno, devo citare anche quelle che si son rivelate più o meno deludenti. Si tratta di due autori americani le cui opere precedenti ho apprezzato assai e di un autore italiano, che non conoscevo, ma dal cui romanzo mi aspettavo qualcosa di diverso, di meglio.

Tra i contemporanei Jonathan Lethem è forse l'autore americano che amo di più, nel blog ho parlato spesso e volentieri dei suoi libri, di come abbia ritrovato nella sua scrittura una certa sintonia di vsione, una comunanza di interessi. I giardini dei dissidenti è il suo primo romanzo in cui non sono riuscito a entrare, l'ho trovato distante e fuori fuoco, concentrato come mi è parso sul chi (con personaggi sovracarichi di personalità, storie, suggestioni e manie) perdendo per strada il come, il perché, il cosa. E per un romanzo che vuole dichiaratamente percorrere la storia dei gruppi alternativi al potere americano mi pare difetto piuttosto sostanzioso. Poi certo, il romanzo si legge che è un piacere, perché Lethem rimane uno dei migliori scrittori sulla piazza. però ecco, mi aspettavo qualcosa di più.

Per Dave Eggers non ho mai nutrito lo stesso entusiasmo ma per me rimane comunque un autore importante, che qualche suo libro mi ha davvero colpito. Non posso dire lo stesso de Il Cerchio, romanzo che affronta temi importanti per la nostra contemporaneitò, ma che risulta schiacciato dall'intento pedagogico dell'autore. Di questo romanzo ho parlato in maniera un pochino pià approfondità qui.

Altro romanzo interessante letto negli ultimi mesi, ma che non è riuscito a convincermi del tutto, è XXI Secolo di Paolo Zardi. In questo caso credo che i problemi di sintonia col romanzo siano dipesi più dalle mie aspettative che non da difetti intrinseci al testo di Zardi. A leggere la presentazione del libro mi aspettavo un testo dalla forte componente distopica, una storia calata in un contesto di crisi che raccontasse la nostra reazione, o il nostro adattamento, a tempi ancora pià grigi di quelli che stiamo vivendo. Purtroppo (dal mio punto di vista) XXI Secolo è solo il racconto di una crisi personale, con il mondo in disfacimento in cui è calata la storia poco più che una nota di colore a caratterizzare in maniera ancora più esplicita la situazione del protagonista.


Ultima nota sullo stato del blog. Come già detto più volte, mantenere vivo e attivo il blog è compito superiore alle mie possibilità attuali. Scrivere qui dentro mi manca però molto, per cui non è detto che non riesca a ritagliarmi qualche istante per qualche nota sulle letture future, che per me non c'è nulla come ripensare per iscritto a quanto letto per scoprire aspetti nuovi, sia nel testo in questione sia nel mio approccio alla lettura. Non prometto nulla, e voi non trattenete il respiro nell'attesa di un nuovo post, ma è una cosa a cui tengo parecchio. Speriamo di risentirci presto!










29 dicembre 2015

Letture: il meglio del 2015 - prima parte

Proviamo a rianimare il blog con il consueto post riassuntivo delle migliori letture dell'anno. L'idea è di dividere l'elenco in due parti, la prima dedicata alle letture fantascientifiche, la seconda a tutti gli altri libri meno categorizzabili in un genere specifico.

Una premessa d'obbligo prima di partire. L'anno scorso è partito il progetto Zona 42. Essere diventato editore è una grande soddisfazione, ma comporta dei vincoli, soprattutto quando mi trovo a parlare di libri che rientrano nel nostro panorama editoriale. Non troverete quindi nell'elenco che segue quei libri che per un motivo o per l'altro non mi sono piaciuti, né quei titoli che magari ho molto apprezzato ma per i quali non siamo ancora certi di riuscire a proporre un'edizione Zona 42 nel prossimo futuro.



Sono due i titoli fantascientifici che più mi hanno entusiasmato nel corso del 2015.

Il primo è Embassytown di China Miéville, che con questo romanzo offre ai lettori il titolo più propriamente fantascientifico della sua produzione. Embassytown parte come la più classica delle space opera, per poi trasformarsi in una storia di incontri, scontri e rivelazioni con al centro una profonda e originale indagine sull'uso della lingua e della parola come strumento di potere, come dipendenza, come mezzo privilegiato di comunicazione esclusiva ed escludente. Per la prima volta nella mia esperienza con lo scrittore inglese i personaggi del romanzo risultano pienamente compiuti, e lo sviluppo della trama ha un ritmo, una coerenza e un'efficacia esemplare.
Come Zona 42 ci sarebbe piaciuto molto proporre Embassytown ai lettori italiani, sembrava infatti che Fanucci (l'editore italiano di Mieville) non fosse più interessato all'autore inglese. Abbiamo poi scoperto che il romanzo è effettivamente in traduzione per la casa edtrice romana, che mi auguro lo pubblichi al più presto.

L'altro romanzo capace di entusiasmarmi come solo di rado mi succede è stato Elysium, di Jennifer Marie Brissett. Il libro dell'autrice anglo-giamaicana ha tutte le caratteristiche che mi appassionano nella migliore fantascienza: un ambientazione che si dispiega piena di mistero e meraviglia man mano che si procede nella lettura; una notevole densità di idee che rimescolano abilmente i canoni del genere; una scrittura dei personaggi spericolata per i rischi che l'autrice si prende e che risulta tanto ambiziosa quanto riuscita; una storia capace di emozionare e insieme di riflettere in maniera mai banale sulle relazioni che ci legano agli altri, su cosa definisce la nostra identità, sul rapporto che abbiamo con la nostra storia individuale e collettiva.
Sono molto orgoglioso di poter dire che Zona 42 pubblicherà prossimamente questo formidabile romanzo.



Se i due romanzi qui sopra rappresentano senza alcun dubbio le migliori letture di genere dell'anno, i titoli che seguono sono anch'essi degni di nota.

Partiamo dall'Italia, che se c'è un libro che mi ha sorpreso positivamente negli ultimi mesi questo è senza dubbio My Little Moray Eel, romanzo autoprodotto di Lucia Patrizi, che nonostante il titolo in lingua inglese è totalmente italiano, per l'ambientazione, i personaggi e le suggestioni.
My Little Moray Eel si sviluppa su due piani temporali, raccontando da un punto di vista periferico di uno scontro di civiltà e delle sue conseguenze. Lucia Patrizi sceglie di adottare la prospettiva parziale di una ragazza che si trova suo malgrado coinvolta in una vicenda troppo grande per lei. L'autrice è abilissima a mantenere sempre alta la tensione narrativa, dosando con maestria ed equilibrio gli scorci della crisi globale con quelli assai più personali della vita della protagonista, che sebbene abbia trovato a tratti insopportabile nella sua incarnazione più giovane, è perfetta nel suo indesiderato ruolo di ponte tra due mondi.

Ho aspettato parecchio tempo prima di leggere Zero History, di William Gibson. La delusione di Guerreros mi ha tenuto giustamente lontano dai suoi libri. Ma Gibson è pur sempre Gibson, un autore che gode di una linea di credito privilegiata con il sottoscritto e quindi, seppur con qualche anno di ritardo, eccomi a parlare di quello che è al momento il suo ultimo romanzo pubblicato in italiano.
Per Zero History vale la regola gibsoniana dei libri dispari (se avete qualche dubbio controllate la sua bibliografia), che questo romanzo è decisamente meglio del precedente. Come in Guerreros anche qui c'è l'ormai consueta carrellata di spazi e gadget over the top, la ricorrente freddezza di luoghi e situazioni, ma stavolta ci sono personaggi che hanno un'anima e una storia che si fa leggere, con uno sviluppo e una conclusione che non delude il lettore. La fantascienza nel romanzo è più nelle atmosfere del racconto che non nell'effettiva presenza di idee originali o situazioni innovative, ma se non altro Gibson conferma di non aver perso la presa su un presente che ha contribuito a plasmare.



Le ultime due citazioni in questo personale elenco di buone letture vanno a La ragazza che sapeva troppo di M.R. Carey, e a Europe in Autumn di Dave Hutchinson.

Nonostante si collochi nell'ormai abusato filone dell'apocalisse zombie La ragazza che sapeva troppo riesce a distinguersi per un uso consapevole dei cliché del genere, per il ritmo che l'autore imprime alla narrazione e per la presenza di una protagonista che si fa ricordare. Ciliegina sulla torta l'innesto sulla classica trama zombie di un paio d'idee di stretta derivazione fantascientifica ottimamente sfruttate, che donano al romanzo quel livello di lettura in più. La ragazza che sapeva troppo non è certo un capolavoro, ma tra le letture leggere dell'anno è quella che più mi ha impressionato.



 
Europe in Autumn è invece un romanzo solo parzialmente riuscito, ma si merita la segnalazione per l'originalità dell'ambientazione e una sorprendente svolta nella vicenda che ha l'unico difetto di arrivare troppo avanti nel complesso della storia. Il romanzo di Hutchinson (il primo di una trilogia) si svolge in un'Europa del prossimo futuro che sta vivendo una disintegrazione delle entità nazionali, con micronazioni che sorgono, si definiscono e lottano con i vicini. In questo scenario si muove una misteriosa organizzazione di corrieri che facilita il passaggio dei confini a merci e persone. Il protagonista, un ex-cuoco estone emigrato per lavoro in Polonia, si troverà ad affrontare varie avventure prima di trovarsi coinvolto in un mistero che coinvolge l'intero continente.
Il romanzo m'è parso difettoso per la sua frammentazione e per la fatica con cui giunge finalmente al suo punto focale, ma la ricchezza e il dettaglio dell'ambiente in cui si svolge sono un valido contraltare ai punti deboli che lo caratterizzano.

Questo è tutto per quanto riguarda le mie migliori letture fantascientifiche dell'anno. Le vostre quali sono state?




30 novembre 2015

Letture: Il Cerchio, di Dave Eggers

Dave Eggers è diventato grande, e a forza di occuparsi di cose serie ha iniziato a preoccuparsi di quel che succede nel mondo, e probabilmente a volerlo cambiare. (Non lo vogliamo tutti? gli scrittori, soprattutto?)

Il Cerchio è un tassello importante in questo percorso che parte dall'Opera struggente di un formidabile genio, passa per Eravamo solo ragazzi in cammino e arriva nel cuore della California tecnologica, dove si progetta un futuro che, piaccia o meno, coinvolge noi tutti.

Eggers prende un'azienda ipotetica, una sorta di moloch futuro in cui convergono le caratteristiche di quelli che adesso sono gli assi portanti della nostra vita online, e porta alle estreme conseguenze le tendenze più sinistre (e al contempo più popolari, almeno per un certo tipi di utente) della gestione delle informazioni personali tanto care ai vari google o facebook di turno. Niente di particolarmente inquietante, a prima vista, ma che nella progressione romanzata della vicenda assume tinte decisamente più fosche e, ahinoi, decisamente realistiche.

Il Cerchio funziona molto bene come strumento di informazione e prevenzione di una catastrofe annunciata. Se Eggers si fosse limitato a scrivere un pamphlet di controinformazione sarebbe stato perfetto. Ma chi li legge, oggi, i pamphlet di controinformazione?

Nell'ottica politico/didattica che sembra guidare la sua tastiera, Eggers ha pensato bene di strutturare la sua denuncia in forma narrativa, innestando sul nucleo ideologico della vicenda personaggi e relazioni che, immagino, dovrebbero aiutare il lettore a immedesimarsi nel progressivo precipitare della situazione.

In questa prospettiva è comprensibile la scelta di un registro narrativo povero (pensando alle capacità compositive di Eggers, chiaro), a personaggi monolitici nel loro ruolo, a situazioni sempre in bilico tra farsa e tragedia, che purtroppo non si decidono mai a precipitare nel vuoto a cui sempre si accompagnano (purtoppo dal mio punto di vista, che avrei preferito un approccio più esplicito e diretto a certe relazioni, che nel romanzo si stemperano sempre in una comoda neutralità - penso a tutti i rapporti che Mae stringe o mantente, dall'amica, ai genitori, ai suoi partner).

Più di una volta mi son chiesto nel corso della lettura a chi fosse indirizzato questo romanzo, quale fosse il suo pubblico ideale. Non sono sicuro di volerlo davvero sapere, perché se mettersi a scrivere  un romanzo che è l'epigono perfetto per il nuovo millennio di opere come 1984, è in un certo senso fondamentale, temo che la scrittura de Il Cerchio suoni troppo scontata e prevedibile per essere davvero allarmante, quasi che l'assuefazione che ormai abbiamo per certi strumenti ci avesse preparati al sonno della ragione cui sottende tutta la storia di Mae, e che il Cerchio sia ormai pronto a essere chiuso.

Siamo così lontani dal considerare la privacy un furto, o i segreti come bugie?



20 ottobre 2015

Cose che Zona 42 ha fatto a Stranimondi, cose che Zona 42 farà in futuro.

Questo post compare in mirror sul sito di Zona 42. Lo posto anche qui per permettere ai passanti di esprimere la loro opinione nello spazio commenti. Buona lettura! 
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La prima edizione di STRANIMONDI si è conclusa con un successo che ha superato ogni aspettativa. Poterci annoverare tra coloro che hanno contribuito a organizzare l'evento è per noi motivo d'orgoglio.
Ma cos'abbiamo combinato durante la due giorni milanese?

Il ricordo più vivido è quello di un sacco di chiacchiere davanti al nostro stand. Incontrare le decine di appassionati che son passati a trovarci è stata un esperienza formidabile, capace da sola di darci il senso e le dimensioni di quello che stiamo tentando di fare. Vedere il generale apprezzamento (se non l'entusiasmo) che circonda le nostre proposte librarie è stato davvero gratificante, e se dovesse mai mancarci la motivazione per proseguire nel nostro lavoro, bé, basterà ripensare alle parole dei lettori per ritrovare nuovo slancio.


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Detto questo, parliamo di quel che è successo a Milano, ovvero dei due appuntamenti ufficiali che riguardavano Zona 42.
Sabato pomeriggio abbiamo presentato Dimenticami Trovami Sognami in compagnia dell'autore Andrea Viscusi alla platea di Stranimondi. Ci era già capitato di presentare il romanzo in varie occasioni, ma mai ci saremmo aspettati una tale risposta dal pubblico: parlare di DTS davanti a una sala gremita è stato davvero emozionante.
E sono sicuro che se anche avessimo avuto 2 ore invece dei 30 minuti a nostra disposizione non ci saremmo proprio annoiati vista la disponibilità e la voglia di partecipazione che ci ha dimostrato il pubblico.

Domenica mattina abbiamo invece avuto l'onore di avere con noi tutti i traduttori che hanno lavorato con Zona 42 in questi primi mesi di attività: Silvia Castoldi e Marco Passarello che hanno tradotti Il Sole dei soli e Regina del Sole, Chiara Reali che ha tradotto Desolation Road, Pashazade ed Effendi, Marco Piva che ha tradotto Arresto di sistema. Erano con noi per presentare gli ultimi romanzi usciti e, soprattutto, per parlare di quel che ci attende per il prossimo anno.

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Il programma editoriale 2016 di Zona 42 è praticamente definito (dobbiamo solo chiarirci le idee riguardo all'eventualità di far uscire un nuovo romanzo italiano). Nel corso dei prossimi mesi pubblicheremo la conclusione della trilogia di Virga di Karl Schroeder (Sole pirata, probabile uscita tarda primavera 2016) e della trilogia arabesca di Jon Courtenay Grimwood (Fellahin, probabile uscita estate 2016). Insieme a questi due volumi arriveranno - finalmente! - i romanzi di due autrici finora inedite in Italia: Tricia Sullivan, americana che vive in Gran Bretagna ormai da parecchi anni, e Jennifer Marie Brissett, anglo-giamaicana, che però risiede dall'età di quattro anni negli Stati Uniti. Parliamo dunque di questi due titoli che rappresentano la vera novità per quanto riguarda le nostre proposte: a inizio anno pubblicheremo Maul, di Tricia Sullivan, per poi proporvi, in autunno, Elysium, di Jennifer Marie Brissett.

Ma come siamo arrivati a scegliere questi due titoli?
Era dall'inizio del nostro percorso editoriale che cercavamo un'autrice da poter affiancare agli autori che abbiamo pubblicato finora. Purtoppo le nostre scelte di allora non sono andate a buon fine: diritti esclusivi in mano ad altri editori, gare perse all'ultimo euro, tempi lunghi per avere risposte certe…
 Ci siamo quindi messi al lavoro per trovare qualche altro titolo che presentasse quelle caratteristiche per noi fondamentali in un romanzo di fantascienza: un testo che fosse pieno di sense of wonder, capace di riflettere sulla contemporaneità e trasportare il lettore in una realtà altra, intrattenendolo dalla prima all'ultima pagina con una scrittura che si facesse ricordare.
La ricerca è stata lunga e meticolosa. Alla fine ci siamo trovati con almeno una manciata di romanzi davvero ottimi. Tra questi ne abbiamo scartato qualcuno per le dimensioni, altri perché secondo noi mal si prestavano a una trasposizione italiana. Siamo rimasti con i due titoli citati, che vi andiamo a presentare qui di seguito.



MaulMaul di Tricia Sullivan è stato segnalato dalla critica fantascientifica anglosassone come uno dei migliori romanzi di fantascienza femminile scritti dopo il 2000.
È arrivato in finale ai premi Tiptree, Clarke e BSFA, e ha ricevuto commenti entusiasti da più di un autore di genere (tra i tanti segnaliamo la recensione di Justina Robson sul Guardian). Charles Stross ha scritto a proposito di Tricia Sullivan e di Maul: "I first met Tricia's writing with "Maul" back in 2005, which had the most memorably mind-warping opening sequence of any book I read that year; she's one of the most interesting new SF authors to arrive on the British SF/F publishing scene this century".  

Maul racconta di uno scontro tra gang di ragazze lungo i corridoi di un centro commerciale, mentre parallelamente si snoda la vicenda di un uomo prigioniero di un laboratorio di ricerca, costretto a combattere una disperata battaglia contro un virus che potrebbe cambiare la storia di un'umanità appena sopravvissuta a un'epidemia che ha sterminato la maggior parte della popolazione maschile.

 Maul è un romanzo che gioca con i luoghi comuni, viaggia a velocità supersonica e mescola abilmente la riflessione sul ruolo dei generi con un tasso d'azione che è difficile trovare gestito con tale abilità a questi livelli.



Elysium Elysium, di Jennifer Marie Brissett è invece una novità assoluta. Pubblicato l'anno scorso negli Stati Uniti, ha fruttato all'autrice una menzione d'onore al Premio Philip K. Dick oltre a una candidatura tra i finalisti del Premio Locus (forse il più rappresentativo premio conferito dalla critica negli Stati Uniti).

Elysium è un romanzo straordinario per come riesce a coniugare alcuni temi tipici della fantascienza a una storia di profonda umanità. Il talento dell'autrice risalta nella qualità della scrittura e nel modo estremamente originale con cui gestisce il racconto, tenendo il focus della vicenda sulla relazione tra i due personaggi principali, sviluppando un discorso sull'identità, l'individuo e la Storia, con risultati narrativi davvero sorprendenti.  

Elysium ha ricevuto recensioni entusiaste dai più diversi lettori. Tra tutte segnaliamo quella di Paul di Filippo (autore piuttosto noto anche qui in Italia), pubblicata da Locus.  



Terminata questa rapida carrellata sulle novità che ci riguardano, chiudiamo il post con un ultimo sentito ringraziamento a tutti coloro che son passati a trovarci a Milano. Con la promessa che faremo di tutto perché STRANIMONDI abbia un seguito l'anno prossimo.

 (Un ringraziamo speciale a Luca Cresta, che ha scattato le foto di Stranimondi che vedete qui sopra.)

22 giugno 2015

Zona 42 - Le altre copertine di Arresto di sistema

Questo post compare in mirror sul sito di Zona 42. Lo posto anche qui per permettere ai passanti di esprimere la loro opinione nello spazio commenti. Buona lettura! 


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Per le copertine dei romanzi di Zona 42 abbiamo cercato di percorrere sin dalle nostre prime uscite una strada diversa da quella che tradizionalmente accompagna l'editoria di genere. L'iconografia classica dei romanzi di fantascienza, per come si è sviluppata negli ultimi decenni, prevede immagini di astronavi, uomini o donne più o meno armati e scenari spaziali o di pesante urbanizzazione, nelle due varianti: notturna e pericolosa o diurna e scintillante. Noi abbiamo preferito puntare su immagini che privilegino la suggestione di un'atmosfera, che evochino il contenuto del libro senza voler anticipare sin dall'illustrazione di copertina un qualche aspetto della trama. Il nostro obiettivo è incuriosire quel lettore poco avvezzo a un romanzo di genere, che guarderebbe con sospetto la solita copertina di fantascienza.

Con queste premesse, vediamo qual è stato il percorso che ha portato alla realizzazione della copertina di Arresto di sistema.  

Halting State (questo il titolo originale del romanzo di Charles Stross uscito il mese scorso per la nostra casa editrice) è una storia che fonde suggestioni geek e indagine poliziesca in una vicenda che mescola abilmente l'ambientazione scozzese con il mondo dei giochi on-line. La ricchezza di temi e le caratteristiche ibride del testo hanno reso pittosto complessa sia la scelta del titolo italiano che quella dell'immagine di copertina.
 Qui di seguito vi presentiamo un paio delle copertine scartate in corso d'opera. Ve le mostriamo con un doppio intento: incuriosirvi con un giro dietro le quinte del lavoro che si svolge nella nostra piccola realtà editoriale e verificare se le strada che abbiamo deciso di percorrere è condivisa da chi ci segue.



Prima ancora di decidere il titolo italiano del romanzo abbiamo provato a impostare la copertina con un paio di scatti fatti per le strade di Edimburgo. Tra le varie opzioni messe a confronto questa che vedete qui sotto era la copertina che inizialmente ci sembrava più interessante.

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Nella foto si vede uno scorcio del centro storico della città scozzese a cui è stata sovrapposta una grafica che, nelle nostre intenzioni, doveva richiamare l'esteso utilizzo che si fa nel testo delle tecnologie per la realtà aumentata: ci sono quindi orchi e uomini in nero, come nella miglior tradizione videoludica e le coordinate precise del luogo rappresentato nell'immagine. Per coerenza con le altre copertine si è deciso di mantenere l'immagine monocromatica (o quasi) e arricchirla con l'inserimento di particolari di altri scatti fotografici.
Il concetto della copertina ci è piaciuto da subito, ma la sua realizzazione non ci convinceva. L'immagine finita ci sembrava un po' troppo piatta e banale rispetto agli standard che ci siamo dati. Secondo noi insomma questa copertina non avrebbe attirato più di uno sguardo superficiale, senza riuscire davvero a catturare la curiosità del potenziale lettore. 

 Abbiamo quindi deciso di cambiare strada, scegliendo di dare maggior risalto a uno dei temi del romanzo: il mondo dei giochi, declinato sia nelle suoi sviluppi in rete sia nel suo impatto sulla vita quotidiana dei protagonisti della vicenda. In questo senso ci è parsa una buona idea abbandonare il titolo originale per dare sin dalla copertina un forte segnale al lettore.  

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La copertina che vedete qui sopra è una delle numerose varianti che abbiamo sviluppato cercando il miglior compromesso tra segno grafico e immagine fotografica.
A parte ogni considerazione sul titolo, il difetto maggiore di questa copertina, che alla fine ci ha portato a scartarla, sta nella sua poca coerenza rispetto al progetto grafico che contraddistingue i libri di Zona 42.

Nella copertina di In Gioco l'impatto della grafica subordina ogni altro aspetto dell'impaginato rendendola, per quanto potente ed esteticamente gradevole, troppo diversa dal nostro standard, sia dal punto di vista del tipo di impostazione, sia da un punto di vista concettuale: la quantità di informazioni espresse da questa copertina la allontana dall'idea di produrre immagini suggestive e misteriose così come già fatto per gli altri nostri volumi.

A questo punto siamo ritornati indietro, all'idea iniziale di utilizzare un'immagine che da sola potesse dare un messaggio potente e d'impatto senza risultare didascalica.
Abbiamo scelto l'immagine che è andata in stampa per le indubbie capacità evocative che la caratterizzano: il rosso e il nero suggeriscono mistero e violenza, il movimento, implicito nello scatto, esprime velocità e allarme, la sua indeterminazione è tecnologia e futuro. Insomma, l'immagine ideale per presentare Arresto di sistema ai suoi potenziali lettori.

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